L’eterogenesi dei fini della guerra ai bot in rete

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Ciclicamente politici e analisti (solitamente di argomenti esterni alla rete) portano alla ribalta la necessità di fermare i discorsi d’odio e tutti i fenomeni negativi che si possono trovare online.

Premesso che gran parte di queste discussioni “su internet” in realtà riguardano specificamente solo un angolo della rete (ovvero quelli dei social media e dei social network a scopi commerciali), riesco sempre a sorprendermi della veemenza e delle prese di posizione da parte dei promotori.

Specie oggi che ricorre ilcinquantenario di internet” (in realtà, nella giornata odierna, 50 anni fa, fu inviato il primo messaggio attraverso la rete ARPAnet. Si tratta del primordiale scambio di informazioni su una rete informatica).

Oggi ci si prova con la consueta proposta di chiedere documenti per accedere ai social e affini. Non è un’idea nuova per cui prendere come capro espiatorio il politico odierno o quello passato visto che ha attraversato diverse forze politiche è assolutamente inutile (anche se ci sono pecularietà su cui, io stesso, non ho resistito dal fare dell’ironia nel vederne alcune palesi incongruenze).

Il punto è che, anche tecnicamente, sia del tutto inutile (e fondamentalmente ridondante per chi ha una minima conoscenza su cosa sia un IP). Il perché lo spiega Stefano Zanero in pochi tweet.

Ma proviamo a raccontare anche cosa accade: diciamo in breve che i documenti d’identità (più o meno perfettamente validati… ci sono tanti esempi di gestori che non hanno acquisito e/o verificano tempistavmente questi dati e li richiedono in tempi successivi) vengono già chiesti da chi ci fornisce connettività. Che sia la SIM che usate sul cellulare o per l’attivazione della rete fissa a casa o in ufficio qualcuno vi chiede i dati (e di solito una modalità di pagamento che è perfino più tracciante di un documento). Insomma, per collegarvi a internet in Italia una persona normale stipula un contratto con un ISP e fornisce le proprie generalità.

Già qui dovrebbe venire il primo dubbio, specie tra coloro che usano una SIM intestata a un familiare o la linea di casa dei genitori. Perché?
Perché questa linea, semplificando, fornisce un indirizzo riconoscibile: si chiama IP (dall’inglese Internet Protocol address) e nelle telecomunicazioni identifica univocamente un dispositivo — detto host — collegato a una rete informatica che utilizza l’Internet Protocol come protocollo di rete. Ovvero ognuno di noi ha, in teoria, una specie di targa con il proprio nome e cognome. Che magari non è tale. Ma comunque siete voi.
Per avere accesso a questa targa è necessario che sia stato commesso qualche reato. A volte, vedasi i casi elencati dal Professor Zanero poco sopra, non sono abbastanza per una rogatoria internazionale. Perché una rogatoria internazionale? Perché gran parte dei servizi che utilizziamo — ad esempio Medium stesso dove state leggendo queste poche righe — si trovano fuori dalla giurisdizione italiana.

Tutto inutile? Sì e no. Cito per la terza volta Zanero: è vero che, a meno che il reato sia davvero grave (tipo delle minacce credibili, revenge porn, qualcosa del genere), questa rogatoria non si fa, perché è lunga e costosa. È altrettanto vero che, se si facesse, i dati di connessione identificherebbero chi scrive su un social o ovunque in rete QUANTO E PIÙ della proposta di legge.

Insomma, la rete è come la vita di tutti i giorni: chi non vuole essere trovato — che siano bot russi o ex fidanzati molto bravi a nascondere il proprio IP — solitamente non lo si trova. Del resto anche chi vandalizza un’auto volontariamente, nonostante sia sempre potenzialmente riconoscibile, aspetta che venga parcheggiata in un’area poco frequentata e non coperta da telecamere.

Kathy Copeland Padden

A questo punto dovremmo avere un altro dubbio.
«Allora, caro Andrea, dobbiamo essere contro a questo ulteriore sistema di riconoscimento solo per questione economiche o per pragmatismo?» No. Anzi, queste sono le ragioni che si devono spiegare a prescindere perché il contesto in cui operiamo è fondamentale.

In realtà l’anonimato in rete è una cosa seria. E fondamentalmente da proteggere. Certo ha delle esternalità negative (che accettiamo anche per cose più futili), ma sono intrinseche all’architettura di rete.
Come scrive Somma, “il cattivo comportamento attribuito all’anonimato è ampio e spazia dalla comune maleducazione allo stupro di bambini da parte di predatori online. Così, coloro che si oppongono all’anonimato in rete spesso tendono a confondere la linea di demarcazione tra un comportamento maleducato e atti di natura criminale al fine di rendere più forte la loro richiesta di divieto.”

Solo una parte della popolazione mondiale vive in democrazie liberali compiute, ricorda Signorelli su Wired. L’anonimato (come le comunicazioni cifrate) è uno strumento che consente la libertà di parola nei tanti paesi in cui esprimere un’opinione scomoda o organizzare online una protesta potrebbe essere un’azione pericolosa.

“Mettetevi nei panni di un oppositore di Erdogan in Turchia — chiude — o di un sostenitore della democrazia in Arabia Saudita: avreste mai affisso un manifesto contro il regime se foste stati costretti a firmarlo? Anche le società liberali non sono comunque esenti da rischi. La democrazia e la tutela delle libertà individuali sono delle conquiste recenti, che non possiamo permetterci di dare per scontate. Pensare che sia inevitabile che a un governo democratico se ne succeda un altro è probabilmente il primo passo per finire nei guai”. Insomma, alla fine torniamo sempre a un problema culturale.

Il fornire la propria carta d’identità sembra una soluzione semplice ai più, ma solitamente la complessità del mondo è tale che la Politica (con la P maiuscola non a caso) dovrebbe, per eterogenesi dei fini, evitare l’uso dei social per proporre soluzioni che non sono tali. Le conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali sono infatti sempre dietro l’angolo.

Giornalista, appassionato di comunicazione. In rete fin da adolescente alla fine ha deciso di studiarla.📱

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