La solitudine del morente al tempo del Coronavirus

Una delle cose che più mi inquieta in questa emergenza è il rapporto con la morte.

La morte è una cosa soggettiva: può essere un elenco di numeri per molti, un evento per qualche giornalista, un grande dolore per i cari. Sono sentimenti del tutto diversi e tutti legittimi.

In questi giorni la cronaca ci supera: migliaia di persone hanno perso la vita lontani dai loro cari. Certo, capita sempre. Come aveva scritto Norbert Elias la privatizzazione della morte è indissociabile dalla sua medicalizzazione e questo porta alla conseguente “solitudine del morente”, ovvero la fine di una persona tolta dal suo luogo di vita.

Se a morire lontano da casa ci siamo (più o meno) culturalmente adattati, uno dei dolori più grandi di queste settimane rimane il sapere che queste persone — care ai loro figli o semplicemente a qualche amico — sono ancora più sole. Non muoiono con la moderna “solitudine del morente” lontani dalla loro casa e dalla vita di tutti i giorni. Muoiono invece lontani anche dall’ultimo saluto che — seppur in ospedale — ormai fa parte del nostro processo di fine vita.
Non so spiegarlo razionalmente, ma se c’è una cosa che mi spinge in questo periodo a lavorare per tornare alla normalità è proprio questa: ritornare a dare il conforto dell’ultimo saluto a chi ha vissuto vicino a noi.

Giornalista, appassionato di comunicazione. In rete fin da adolescente alla fine ha deciso di studiarla.📱

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