Leggo solo adesso della morte di Alberto Sed.

Ho avuto la Fortuna, grazie a Massimo Sandrelli, di poterlo intervistare per un documentario poco più di 10 anni fa: ricordo ancora che mi accolse nella sua casa di Fregene con l’entusiasmo di un ragazzino e con la dignità di essere sopravvissuto alle più indicibili atrocità.

Avevo letto il libro che parla della sua vita (“Sono stato un numero”), ma sentire dal vivo — nella tranquillità del verde di un giardino in un pomeriggio d’estate — quel che era stato per lui Auschwitz mi fa riflettere tutt’oggi su come possa trasformarsi l’animo umano per inseguire una folle ideologia come quella nazista.
Sed, infatti, è sopravvissuto tanto ai demoni dei ricordi quanto alla fame, alle torture, all’inverno, alle marce della morte e soprattutto ai terribili “giochi” con cui alcuni selezionavano chi doveva sopravvivere.

Non solo, nell’occasione ci raccontò la storia di Leone Eufrati, romano come lui, che da pugile professionista quale era dovette partecipare agli incontri di pugilato organizzati per mero sadismo nel campo, prima di morire ucciso proprio da quei kapò che avevano picchiato a morte suo fratello.

Alberto aveva vivida memoria di tutto questo ma decise di stare in silenzio con il proprio dolore per decenni. Infatti, una volta tornato a Roma, ha iniziato a lavorare nel commercio dei metalli e si è sposato “mettendo in un angolo” gli anni più tremendi della sua gioventù. Ha avuto tre figlie, sette nipoti e tre pronipoti. E dopo 50 anni aveva deciso di raccontare cosa avesse vissuto nel campo di concentramento. Perché niente fosse dimenticato.

Speciale TG5 trasmesso il 19 gennaio 2018

Riposa in pace.

Giornalista, appassionato di comunicazione. In rete fin da adolescente alla fine ha deciso di studiarla.📱

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