Heysel, Brussels (BE)

Il 29 maggio 1985 ero piccolo, avevo quell’età in cui il mondo non ha cose brutte. In effetti ancora non avevo ben capito come funzionavano le cose: sapevo qualcosa della “guerra fredda”, ero già malato di nozionismo tra sport e geografia ma fondamentalmente ero un bambino ingenuo.

Ero già un piccolo tifoso, ma soprattutto un appassionato. La finale di Coppa Campioni era un evento, anche se la giocava la Juve. Già la Juve. Il primo ricordo, molto confuso in verità, che avevo era di qualche anno prima quando però ancora il pallone era una cosa di cui parlavano i grandi. A 8 anni non si “odia” una squadra, invece il calcio era già una “cosa mia”, leggevo avidamente già Gazzetta dello Sport e il Guerin Sportivo. Una passione strana per la mia famiglia, sia per il fatto che leggessi così tanto (e così “piccolo), sia per la frenesia con cui seguivo le notizie.

Accendere la TV e non vedere iniziare la partita, ricordo, fu una sensazione strana. Nel mio piccolo mondo dell’epoca, dopo i saluti del telecronista, c’era solo il calcio d’inizio. Le partite trasmesse in televisione erano così e stop. Non avevo avuto altre esperienze. Ricordo lo straniamento quando la partita non iniziava, ricordo le prime confuse notizie, ricordo l’ora tarda con cui i miei mi convinsero a spegnere e andare a dormire. Non conscio, ma già preoccupato che quella partita non ci fosse stata. Ci misi poco il giorno dopo per capire il dramma che si era consumato, un dramma che — nonostante molti idioti lo abbiano usato come inverecondo coro allo stadio — negli anni successivi ha condizionato il mio modo di vedere il pubblico durante una partita. Un certo timore in me è cresciuto dopo l’Heysel, un timore che dovrebbe servire — oggi più che mai — come memoria condivisa per capire che seguire il calcio non era e non sarà mai più “quella cosa lì”. Quella cosa che ha spaventato un bambino, tanti bambini.

Giornalista, appassionato di comunicazione. In rete fin da adolescente alla fine ha deciso di studiarla.📱

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