20 anni senza Gino Bartali. Quel 5 maggio 2000 lo ricordo bene.

Gino era un mito con cui ero cresciuto, l’avevo incrociato di persona (il suo meccanico di fiducia era a Rignano, piccolo il mondo!) e ogni volta amici e conoscenti ne approfittavano per riempirmi di aneddoti sulla sua carriera. Ero giovane, ma non abbastanza per non aver vissuto centinaia di racconti di prima mano sulla sua carriera.

Quel giorno in cui arrivò la notizia stavo provando a fare quel mestiere di giornalista che, bene o male, ha tracciato il mio futuro professionale. Ero giovane, ma ancora più giovane era il quotidiano in cui mi stavo facendo le ossa.
“Il Corriere di Firenze” era nato solo qualche mese prima ed Euro Grilli, che già si era accorto della mia passione per il ciclismo, mi mandò nella piazza dove viveva la famiglia Bartali.
L’emozione era troppo forte, il mio carattere burbero la nasconde ma a volte straborda. Quel giorno mi batteva forte il cuore, ancora di più mi batteva in Via Cimabue quando ebbi l’onore di scrivere il pezzo d’apertura — per me giovane e con così poca esperienza nel gestire quel turbinio di pensieri — sul giornale.
Emozione che il giorno del funerale fu ancora più forte.
Niente, Gino Bartali non solo è stato il ciclismo con cui sono cresciuto nella memoria sportiva ma anche il primo vero momento in cui mi sono sentito un giornalista. Ciao Gino.

Giornalista, appassionato di comunicazione. In rete fin da adolescente alla fine ha deciso di studiarla.📱

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