Come molti, ho sempre avuto un rapporto difficile con la morte. Soprattutto fino a qualche anno fa.

Non era solo la (più) giovane età, probabilmente.
Diversamente da quanti molti affermano sul valore della nostra educazione scolastica, il ritorno sui libri universitari mi ha permesso di affrontare — da un punto di vista totalmente nuovo — il pensiero di Norbert Elias con “La solitudine del morente”. Cosa c’entra questo con la morte di Fabio Casartelli?

Ciclismo — Operazione Nostalgia

Nel 1995 avevo appena compiuto 18 anni e, nonostante per la legge fossi già maggiorenne, nella formazione emotiva ero ancora molto acerbo. Ero un modesto ciclista amatore all’epoca, che però — come tanti maschi adolescenti in quei decenni — seguiva con trasporto quanto la TV trasmetteva per ore in chiaro. Il ciclismo era tra questi avvenimenti.

Ricordo bene quel 18 luglio passato nel salotto di casa.
Ricordo che non sapevo come affrontare gli eventi che si accavallavano in immagini TV e che ci facevano vedere morire pubblicamente, in diretta, un perfetto sconosciuto nonostante — solo tre anni prima — lo avessi festeggiato come fosse un fratello per l’oro olimpico a Barcellona.

Sono passati 24 anni da quel giorno e mi capita spesso di ripensare alla morte di Casartelli. Ci ho pensato molto anche in ospedale dopo il mio primo brutto incidente, ma immaginavo che fosse per lo choc. Invece no. A mente fredda so che ci ho sempre pensato sia prima che dopo quell’evento. Tante volte. Tante davvero. “Perché?” mi sono chiesto a lungo.
Non penso di essere arrivato a dare una risposta definitiva, ma credo di aver compreso perché ho coltivato questo mio dolore negli anni per la perdita di un (giovane) ciclista. Ho sempre avuto la sensazione che una morte mediatizzata non mi avesse fatto entrare in contatto con l’evento, come se avessi estraniato il fatto dal suo racconto. Come se la morte vista in TV fosse finzione scenica. Servita per essere raccontata, per esorcizzare la nostra paura di morire.
Invece Fabio Casartelli è morto davvero. Come Davide Astori.

Due storie diverse, due estranei per gran parte di noi, ma rappresentanti del terribile rapporto con il tempo e la vita. Quando, per motivi spesso istintivi, ci si riconosce in un personaggio pubblico, la morte non è più un’esperienza distante come quella che di solito raccontano i giornalisti. È dolorosa come quella che accade di fronte a noi nel nostro privato.

So che non servirà a niente questo mio pensiero, ma mi sentivo di dirlo in pubblico.

Giornalista, appassionato di comunicazione. In rete fin da adolescente alla fine ha deciso di studiarla.📱

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